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A la guerre comme à la guerre

L’artista Max Paggin espone alla galleria di via Fiume,13 ad Arzignano (VI), Bottega d’Arte, opere recenti sulla tematica della Grande Guerra. A cento anni dall’offensiva austriaca di primavera, il noto illustratore vicentino propone una cinquantina di pirografie e grafiche: disegni, incisioni che hanno per protagonista il fante di entrambi i fronti.

In un periodo d’incertezze come quello contemporaneo, non si può dimenticare il sangue versato dai padri dei nostri padri, il loro coraggio e i loro ideali. Sono quei valori che Paggin intende riproporre alla sua comunità, gli stessi trasmessi da Emilio Lussu, Mario Rigoni Stern che avevano vissuto in prima persona l’esperienza bellica, autori amati sin dall’adolescenza. Diplomato maestro d’arte in decorazione pittorica, per oltre un decennio è stato collaboratore de “Il Giornale di Vicenza” in qualità di vignettista e illustratore, oggi lavora con artisti celebri come Bepi De Marzi e note case editrici. Studioso del passato e di Archeologia ripropone acute rappresentazioni di personaggi storici e di architetture rurali ormai scomparse, come i casoni e le teze; il suo genere è la pittura storica molto frequentata nei primi decenni del XIX secolo, Max Paggin lo attualizza con le tecniche contemporanee del fumetto, dell’incisione e della pirografia.

L’itinerario della mostra nella galleria Bottega d’Arte inizia con tre pirografie che hanno per protagonista il fante dell’uno e dell’altro fronte. Bianco rosso e verde sono non sono solo i colori della bandiera nazionale per la quale morirono 650.000 soldati italiani, ma sono anche i medesimi colori della verde divisa e del sangue austriaci. La salma del soldato è ritratta davanti al filo spinato, che il fante non è riuscito a valicare, giace inerme nel desolato silenzio della fatale quiete.

La terza pirografia d’ouverture rappresenta l’assalto alla baionetta dei fanti italiani, sotto il fuoco di fila nemico, la cornice simula la finestrella del bunker attraverso la quale l’osservatore assiste alla drammatica scena. Nel gioco dei rimandi l’artista intende farlo partecipe alla tragica presenza della morte, di cui i nostri nonni avevano la chiara consapevolezza, i quali nel memento mori, con insuperabile abnegazione rinunciarono alla loro giovane vita, amandola più che mai.

Paggin con l’abilità della sua stilo plasma personaggi storici come l’eroe di Monte Fior, il tenente-colonnello Stevo Duic, impeccabile nella sua divisa di bosniaco-mussulmano con il felz; oppure i ragazzi del ’99, che appena diciottenni furono chiamati alle armi e catapultati sul fronte. Traccia con segno sicuro la psicologia dei suoi personaggi ritratti con lo sguardo penetrante anche quando diventano caricature, processo naturale al quale perviene l’artista una volta che ha compreso la realtà nel suo complesso. Infatti, la sua sensibilità lo induce a comprendere i molteplici contesti delle relazioni umane e le diverse cause che hanno determinato la personalità di ciascun soggetto, così ritrae la superbia e la presuntuosa follia dei generali incompetenti, oppure il sentimento dei subalterni dallo sguardo attonito dei contadini e dei fanti, fissati nell’atto di chi deve obbedire e null’altro, mentre scavano le trincee o difendono il fronte.

Ai personaggi storici del primo conflitto mondiale si affianca, la china su pergamena del Duca longobardo, solo apparentemente anacronistico, in realtà è l’icona dell’ultima personale di Max Paggin.  Denso di significato, il cavaliere, al trotto nel paesaggio tipico della vallata dell’Agno con la bocàra sullo sfondo, parafrasa La carne, la morte e il diavolo. E’ una delle incisioni più celebri di Albrecht Durer, per il quale il cavaliere era simbolo di valori dimenticati dalla società proto-industriale, così Paggin rappresenta chi non abbandona lo spirito guerriero e non rinuncia a se stesso per gli interessi privati ed ottusi del neoliberismo attuale; le sue armi sono la coscienza e l’immaginazione, con esse conduce l’osservatore a riflettere sulla fragilità della condizione umana. Il soggetto del Duca longobardo è ispirato ai costumi della Mittleuropa; infatti, l’autore fa propria la cultura europea che dall’età volgare è associata ai popoli della parte Centro-Sud-occidentale del Continente, quel blocco romano-barbarico che già per Dante costituiva l’Europa, modulata sui valori della lealtà e della fedeltà. Alfiere senza tempo, Max Paggin rinnova con questa sua mostra l’amore per il passato, nella sua versione di autentici valori ed ideali, che ripropone nel presente, affinché a ciascuno sia restituita l’identità perduta, poiché la distanza che ci separa da ciò che è avvenuto è il contemporaneo.                                          Vicenza, 2016       Anna Maria RonchinFante in trinceaMax Paggin La Grande GuerraMax Paggin Villa Porto a MontorsoMax Paggin Villa Porto a Montorso

Author: mediamater

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